NOTIZIE BIETICOLE LUGLIO - OTTOBRE 2000

La bonifica delle
paludi pontine

..."Quello che fu invano tentato durante il passare di venticinque secoli oggi è una realtà vivente".

di Achille Covizzi

Traino del >Ruston I con Fowlr da B.go Piave a Gnifegnaf, 28/5/35

Non erano proprio venticinque secoli perché venti erano già sufficienti per fare bella figura, ma in ogni caso le Paludi Pontine erano sempre state associate ad un luogo malsano, malarico, mefitico e per certi versi subdolo, perché luoghi che apparivano gradevoli, ospitali (es. Fogliano) erano ad altissimo rischio malarico. Come si sia trascinata la vita in questi millenni e con quale esito è quello che andremo a vedere.
Questa ricerca è nata casualmente perché conoscendo il collega Felice Di Biasio ho desiderato approfondire la storia della sua terra, per quelle analogie che uniscono luoghi diversi ad una stessa sorte: paludi, malaria, e poi la bonifica e l’assegnazione dei terreni agli agricoltori.
I primi abitatori delle Paludi Pontine furono i Volsci che a quanto sembra dovevano avere i loro problemi e pertanto costruirono un canale, il Rio Martino, di deflusso verso il mare. Nel periodo della calata di Annibale in Italia (218 a.C.) per una concomitanza di fattori: deposito detriti, abbassamento e sollevamento del terreno, l’alveo del Rio Martino si alzò e l’acqua non sboccò più in mare. Si formarono gli stagni, comparve la malaria e i problemi si acuirono e in ogni caso i paesi si spopolarono e iniziò il degrado. C’è la testimonianza di Orazio (37 a.C.) che nel viaggio per Brindisi attraversò le Paludi Pontine e trovando un tratto della via Appia allagata fu traghettato dai battellieri e fastidiosamente perseguitato dalle zanzare. I Romani deviarono quel tratto di Appia e costruirono la Traianea. Il degrado di un ambiente non riguarda solo l’antichità perché anche ai giorni nostri per mancato riordino di un torrente, di un fiume, ci sono frane ed allagamenti. C’era sempre stata la volontà di bonificare quella terra ma tutti si erano imbattuti in difficoltà tecniche ed economiche insormontabili. Fra i molti ricordiamo: Giulio Cesare, Augusto, Teodorico, Leonardo e Napoleone e non è sempre facile distinguere se per scopi umanitari o di potere e forse è più attendibile la seconda ipotesi. Ottimi furono gli interventi dei Papi Pio VI, con un canale che tagliava longitudinalmente tutta la Palude e Sisto V con un condotto. Per quanto riguarda Cesare, Cicerone nella terza Filippica lo ridicoleggia, per aver pensato di cimentarsi in quella impresa: una risata che è durata duemila anni.

I confini della nuova provincia di Littoria

Nel 1583 il duca Onorato Caetani di Sermoneta chiamò dalle Fiandre (Olanda) l’architetto H. V. Vyck vista l’esperienza che questi avevano nella lotta contro il mare. Le Paludi Pontine erano a circa 70 km. da Roma, estendendosi in una striscia di terra lunga 50 km. compresa tra i monti Ausoni, Lepini e i colli Albani e dal mare Tirreno, da laghi e dune litoranee alte circa 40 m. parallele alla costa.
In questo grande vassoio le acque che provenivano dai declivi e dalle ricche sorgenti (famosa quella di Ninfa) convogliavano in fossi e fiumi e non sfociando per la barriera delle dune litoranee o per il livello del terreno inferiore a quello del mare, si impaludavano. Il fosso di Cisterna e il torrente Tiviera erano i più importanti e quando le piogge erano abbondanti la Palude diventava un grande lago acquitrinoso. L’accumulo e la sedimentazione per secoli di detriti organici aveva reso l’ambiente mefitico. Nel lago di Paola ad esempio si sono trovati 14 m. di limo e in alcuni posti c’era il pericolo delle sabbie mobili.
L’enorme estensione della Palude aveva reso possibile la formazione di diversi ambienti: la foresta tra Sabaudia e San Donato, la selva di Terracina e Cisterna, gli scopeti e boscaglie impenetrabili. Era il regno dei cacciatori: vi si trovavano cinghiali ed incroci con i maiali domestici e selvaggina. La viabilità era quasi inesistente e alle volte per aprirsi un varco i butteri si facevano precedere da una mandria di bufali aizzati.
Umidità, nebbia, afa, tutto era condizionato da qualcosa che rendeva “tutto“ difficilmente sopportabile: la malaria. La malaria era così virulenta che le Paludi Pontine erano ritenute il peggior ambiente italiano se non d’Europa. Un triste primato. Per debellarla avevano tentato la lotta biologica introducendo negli stagni un predatore delle larve, la “gambusia”, ma poi questa trovò di meglio di cui cibarsi e cambiò dieta.
Erano presenti quasi tutte le forme della malaria: letargica, colerica, algida, eclamptica e la morte poteva arrivare a colpire anche un 30% dei malati. Come se questo non bastasse c’era anche il carbonchio che oltre gli animali colpiva l’uomo. Si trovava anche qualcuno senza un dito perché punto dalla vipera per vivere si era tagliato un dito.
La vita in quella plaga era ristretta tra ottobre/giugno, il periodo di tregua che concedeva la terribile zanzara anofele.
L’uomo continuava a rioccupare quello spazio, dal quale era stato estromesso senza che ne capisse la ragione: una landa inospitale, la sola che potesse avere. C’era da pagare un prezzo altissimo in vite umane ma forse anche questo era messo in conto. Non ci furono solo vittime anonime ma anche personaggi illustri. La migrazione di diecimila persone era composta dalle famiglie di pastori, butteri, allevatori, carbonai, pescatori, legnaioli e al loro seguito mandrie e greggi provenienti dai paesi dei monti limitrofi. Dove tutto era provvisorio anche le abitazioni non facevano eccezione: erano tuguri e capanne costruiti intrecciando rami, arbusti, felci, canne, terra impastata e quello che capitava a tiro, senza finestre né mobilio in una promiscuità irriverente, ma forse non se ne rendevano conto o non potevano fare altro. Nelle terre emerse c’erano delle aziende, in cui lavoravano un migliaio di braccianti stagionali, i “guitti”, sottoposti ad autentica vessazione economica da parte del capolariato e provenienti dalle province di Rieti, Frosinone e dagli Abruzzi. Non esisteva l’acquedotto e nei piccoli centri abitati il rifornimento dell’acqua potabile era dato, seppure per un periodo limitato, da un carro botte, rifornitosi alle sorgenti o alla fontana di Cisterna. Il servizio postale veniva garantito dal passamano e l’unico mezzo per spostarsi era il cavallo, carri agricoli, e una decauville per il trasporto della legna.
Verso il 1900 a Colonia Elena l’imprenditore Cirio tentò una piccola bonifica: fece arrivare famiglie di bravi marchigiani e pur profondendo ogni mezzo, il tentativo abortì miseramente. La malaria aveva vinto ancora. A distanza di qualche decina d’anni si tentò con la risaia. Per le mondine e gli operai fu difficile restare rintanati nelle baracche durante l’insopportabile afa serale, e si esposero in questo modo alla malaria. E anche questo tentativo fallì.
A sostenere quei brandelli di vita primordiale furono verso gli anni venti il dottore Vincenzo Rossetti ed il suo aiuto Marini, testimoni di morte e di vita. Duro era il loro lavoro perché oltre a combattere una atavica malaria dovevano scontrarsi con un radicato fatalismo. Ricordiamo che solo nel 1900 il Grassi dimostrò che la zanzara anofele era il vettore della malaria.
Nel 1919 fu costituito il Consorzio della Bonifica di Piscinara nel cui Consiglio facevano parte Leone e Gelasio Caetani dei duchi di Sermoneta. Questa nobile famiglia aveva per secoli legato il proprio nome alle vicende storiche dell’epoca e alle Paludi Pontine. Desidero aggiungere un paio di aneddoti: di Gelasio si ricorda che volontario nella Guerra 1915/18, ufficiale del genio, ideò e fece brillare la mina sotto la cima del Col di Lana. In Cina nel 1900 durante la rivolta dei Boxer, un loro fratello, Livio, comandava i marinai italiani della Legazione.
Personale dell'escavatore Tosi 3, 6/5/1935

Il suddetto Consorzio aveva lo scopo di provvedere al risanamento idraulico e poi alla bonifica del terreno. Questi Caetani non demordevano proprio: fu sempre un loro antenato a chiamare nel 1583 H. V. Vyck. Sembrava che niente riuscisse a sconfiggere quell’ambiente così ostile e la svolta si ebbe con il Fascismo, perché era alla ricerca di opere che gli dessero lustro, per rispondere alla “fame di terra” ed attenuare la pressione demografica. In epoca di set-aside, ovvero l’aborto applicato all’agricoltura, qualsiasi bonifica può apparire un contrasto stridente ma alla fine non ci può essere una generazione che prosciuga ed una che allaga.
In quattro anni, dal 1932 al 1936 furono costruite quattro cittadine: Littoria, capoluogo e 93esima provincia (poi Latina), Sabaudia, Pontinia, Aprilia. Si bonificò qualcosa come 100 mila ha. Affluirono migliaia di operai e dal niente bisognò creare tutto: ricoveri, assistenza con l’ordine imperativo di “fare presto”.
Non poteva mancare lo zuccherificio che fu costruito in soli dieci mesi nel 1936 a Latina. Allora gli zuccherifici erano di moda e proliferavano, oggi è una corsa ad eliminazione.
I terreni appoderati (divisi in 10 o 20 ha) furono gestiti dall’Opera Nazionale Combattenti ed assegnati alle famiglie che, fra le altre condizioni, avessero un reduce della Grande Guerra. Fra le province che diedero il maggior numero di coloni ci furono Ferrara, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Venezia, Verona, Vicenza.
Per tutti i coloni l’inserimento non fu facile e alcuni tornarono.
Le prime diciotto famiglie che si insediarono furono di Rovigo, come il primo nato che si chiamò Davide Pregnolato. Di questo periodo rimangono a testimonianza le immagini coreografiche di Mussolini intento a trebbiare e a seminare nelle famiglie ferraresi Bondi e Bottoni.